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Riccardo Cavallo*

La Costituzione di Weimar tra passato e futuro. Il contributo di Hermann Heller.

1. A cento anni da Weimar

1Sono trascorsi oltre cento anni e la tragica storia della Repubblica di Weimar1 sembra essere ancora un unicum nella storia giuridico-costituzionale2, continuando a suscitare animati dibattiti tra gli studiosi di diverse discipline e soprattutto a stimolare nuove ed inedite piste di ricerca3 che cercano, per quanto possibile, di sfatare la vecchia credenza che la prima democrazia tedesca non fosse nient’altro che la preistoria del Terzo Reich e non affatto una grande occasione per riflettere sul futuro della Costituzione e della democrazia4. Tale aspetto non era sfuggito allo sguardo lucido e disincantato di Costatino Mortati5, le cui considerazioni sulla Costituzione weimariana, pubblicate subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, si erano focalizzate, non a caso, sulle cause che avrebbero de facto neutralizzato il potenziale democratico insito nelle pieghe di tale Costituzione. Com’è noto essa inaugura, agli albori del Novecento, un nuovo «tipo» storico di Costituzione che si differenzia dalle Carte ottocentesche per il suo carattere profondamente democratico6 e soprattutto per il riconoscimento dei diritti sociali7. Ma più di ogni altro aspetto, l’elemento che emerge dallo studio di Mortati è la capacità di tale costituzione, come nessun’altra, di suscitare sentimenti forti e contrastanti:

2singolare sorte toccata alla costituzione di Weimar! Salutata al suo apparire quale modello di costituzione democratica, iniziatrice di una nuova forma razionalizzata (svolta cioè in armonia con i suoi presupposti) di equilibrio fra i poteri, e come tale largamente imitata dalle minori nazioni europee rivolte a ricercare nell’incerto dopoguerra 1918, così risonante di promesse di umano affratellamento, così pieno di fiducia nell’era di libertà che si apriva, le formule che avrebbero dovuto assicurare il pacifico autogoverno dei popoli, reintegrati nelle unità nazionali, affrancati dai vincoli dell’autocrazia. Fatta segno poi alle critiche più acerbe per la pletoricità della sua struttura, per la macchinosità dei suoi ingranaggi, non coordinati intorno ad un principio motore, per la eterogeneità dei sistemi sociali assunti a base, senza cura della loro fusione in una superiore unità. Oggetto in seguito, e per tutta la sua durata, degli assalti violenti e ripetuti di destra e di sinistra: tramontata infine ingloriosamente dopo solo 15 anni di vita, senza suscitare forze a difesa e senza trovare rimpianti8.

3Per comprendere la reale portata di tale affermazione occorre però fare un passo indietro e tornare alla riflessione di uno dei più autorevoli ma dimenticati esponenti della dottrina giuspubblicistica novecentesca, come Hermann Heller9, la cui concezione dello Stato e del diritto non aveva mancato di attirare l’attenzione dello stesso Mortati10. Le vicende di Heller, alla pari degli altri protagonisti di questa tragica stagione, comunque, non possono essere racchiuse solo nelle algide pieghe della loro produzione scientifica essendo anche il risultato delle lotte politiche e sociali a cui hanno partecipato11. Per questi motivi appare impossibile operare una cesura netta tra la figura e l’opera di Heller, giacché nella sua riflessione la passione politica12 si coniuga perfettamente con il rigore scientifico13. In questa sede ci concentreremo sulle implicazioni giuridico-filosofiche del pensiero di Heller14 attinenti la natura e la forma della Costituzione15 nonché il concetto di Stato che contengono in nuce spunti critici ancora oggi di sicuro interesse per la scienza giuridica (e non solo)16 senza dimenticare che esse si muovono di pari passo con il progetto politico della socialdemocrazia17.

2. Un laboratorio giuridico-filosofico

4Tra i diversi contributi in tal senso forse uno dei più rilevanti è la relazione di Heller al congresso dell’Associazione dei giuspubblicisti tedeschi18 svoltosi a Monaco nella primavera del 192719 e dedicato al tema della libertà di opinione sancita dall’art. 118 della Costituzione di Weimar. Anzi, questa fucina intellettuale, era proprio il luogo naturale del dibattito metodologico tra i maggiori giuspubblicisti tedeschi20 che si confrontavano aspramente cercando di difendere le loro diverse e opposte ragioni. Alle relazioni principali riservate agli esponenti di spicco del positivismo giuridico e dei suoi critici seguivano, in genere, altri contributi di altrettanto autorevoli giuristi che cercavano di difendere, in un modo o nell’altro, la loro posizione aggiungendo ulteriori elementi di conflitto21.

5Il nucleo centrale dell’intervento di Heller era la confutazione della discutibile bipartizione tra legge formale e legge materiale considerata teoricamente infondata e praticamente inutilizzabile, in quanto la sua origine derivava da un assetto di poteri ormai superato e dunque non più corrispondente alla mutata realtà politico-sociale. Egli insisteva nella critica alla dottrina dominante che ritenendo inesistente un concetto unitario di legge era solita distinguere tra legge formale e legge materiale22. Indispensabile punto di partenza del discorso helleriano era proprio la disamina delle conseguenze teoriche (insostenibilità e infondatezza) e pratiche (priva di senso e pericolosa) di tale artificiosa distinzione risalente a Laband secondo cui era legge ogni espressione della volontà dello Stato avente come contenuto «una norma giuridica, cioè una norma che regola o decide dei rapporti giuridici». Bastava passare in rassegna, però, le opere più significative degli esponenti della dottrina dominante per rendersi conto che si trattava di un’omogeneità solo apparente come si poteva facilmente evincere dalla difficoltà, se non dell’impossibilità, di riuscire a definire in modo univoco la medesima legge designata da alcuni studiosi come formale e da altri come materiale. Heller sottolineava, da un lato, l’impossibilità teorica di addivenire ad un significato univoco sia di legge materiale, sia di legge formale da parte della dottrina dominante che, anzi, rischiava così di trovarsi di fronte ad una molteplicità di significati, quasi una sorta di guazzabuglio riunito sotto il concetto di legge formale e/o materiale. La precipua accezione attribuita da Heller al termine legge assumeva particolare rilevanza allora quando si esaminava la seconda parte della Costituzione, laddove per legge s’intendeva sempre la norma giuridica posta dal potere legislativo del popolo. Egli individuava altresì una contraddizione tra l’interpretazione della prima parte della Costituzione (parte organizzativa) in cui la dottrina dominante, malgrado distingueva tra leggi puramente formali e leggi materiali, riusciva a dimostrare l’unità del concetto di legge e la seconda parte relativa ai diritti fondamentali, laddove la stessa cercava di delimitare le leggi puramente materiali da quelle formali risultando incapace attraverso questa rigida opposizione di comprendere i sottili distinguo della legge. Aderire a una diversa e nuova concezione dello Stato di diritto non solo giuridico-formale ma politico-materiale voleva dire necessariamente valorizzare i principi etico-giuridici della seconda parte della Costituzione di Weimar considerati privi di importanza dalla dottrina dominante, introducendo così la distinzione tra principi etico-giuridici non ancora positivizzati (direttive etiche) e norme giuridiche positive23. Un esempio emblematico a cui ricorreva Heller per spiegare questa distinzione era, non a caso, il commento all’art. 163 che riconosceva uno dei diritti sociali per eccellenza: il diritto al lavoro. Quest’ultimo doveva essere inteso insieme al «dovere morale di lavorare» alla stregua di un principio etico-giuridico mentre «l’assistenza ai disoccupati» come una vera e propria norma giuridica positiva. Come in un gioco di incastri i primi due commi dell’articolo dedicati al dovere di lavorare si completavano con la previsione dell’assistenza ai disoccupati prevista al terzo comma, a cui non poteva essere negato il carattere di norma giuridica positiva24.

6L’intera costituzione weimariana - senza alcun distinguo tra prima e seconda parte - era pertanto attraversata da un concetto unitario di legge inteso quest’ultimo come l’insieme delle norme giuridiche supreme poste dal potere legislativo del popolo25 e l’aspirazione da parte della dottrina dominante di voler costruire i due concetti di legge in maniera rigorosamente giuridica prescindendo da considerazioni e circostanze politiche (questa sua aspirazione di ritenersi indipendente da rapporti politici e di potere e da considerazioni teleologiche) appariva del tutto illusoria essendo, al contrario, intrisa alla stregua di altre concezioni da valutazioni politico-ideologiche26.

3. Una Costituzione aperta e flessibile?

7Significativamente Franz Neumann giuslavorista di rango27 e ascrivibile al socialismo giuridico tedesco lamentava la mancanza di interesse da parte dei giuristi di sinistra per la concreta attuazione della seconda parte della Costituzione di Weimar, meglio nota come costituzione economica che, invece, nel commentario diretto da Hans Carl Nipperdey28 e soprattutto all’art. 15129 statuiva un ritorno agli ideali borghesi. Solo Heller, al contrario, era riuscito - secondo Neumann - a dare un contribuito, sia pur minimo, in tal senso cercando di delineare una strategia diversa da quella liberale vista anche la sua incapacità di fuoriuscire dalla crisi politico-sociale che imperversava in Europa e nella stessa Germania dopo la Prima guerra mondiale30. A fortiori, dopo la conquista del potere da parte dei socialdemocratici anche i pochi giuristi socialisti - per lo più giuslavoristi - dovevano necessariamente confrontarsi con le tematiche politico-costituzionali per comprendere appieno il funzionamento della macchina statale se non volevano lasciarla alla mercé di altri poteri o distruggere del tutto i suoi perversi ingranaggi funzionali al rafforzamento della borghesia. Allo stesso tempo bisognava colmare, per quanto possibile, il vuoto giuridico della SPD che, pur essendo il partito più forte dell’Occidente, annoverava tra le sue fila solo pochi giuristi e, al tempo stesso, ridimensionare la notevole influenza esercitata da un pensatore maledetto come Carl Schmitt sui più giovani e promettenti studiosi socialisti (basti pensare a Otto Kirchheimer31, in parte a Hugo Sinzheimer o addirittura allo stesso Heller).

8Un tentativo di colmare tale vuoto proveniva proprio dalla riflessione di Heller che, da un lato, riportava in auge anche tra le fila dei giuristi socialisti problematiche di stampo giuspubblicistico divenendo di fatto il primo vero costituzionalista social-democratico e, dall’altro, malgrado le sue premesse potevano essere, in alcuni casi, contigue a quelle schmittiane, in realtà, gli esiti andavano sempre in una direzione del tutto opposta a quella del giurista renano32. Nello stesso tempo, Heller si era sforzato di elaborare una dottrina dello Stato alternativa a quella kelseniana33 ritenuta forse la più completa decostruzione ab imis dei concetti di Stato e di sovranità vere e proprie anticaglie politiche di cui bisognava sbarazzarsi con l’avvento del nuovo secolo34. Se «lo svuotamento positivistico di ogni contenuto di senso» avrebbe avuto ripercussioni ben oltre la sfera giuridico-statale investendo l’intera società e rendendo addirittura «la vita priva di qualsiasi significato e valore»35 era necessario costruire l’edificio statale in modo tale che esso potesse assumere le sembianze di figura concreta e reale evitando la sua reductio a mera astrazione e/o finzione. Parimenti anche la Costituzione – per Heller - doveva essere analizzata a partire dagli effettivi rapporti di forza esistenti nella società, i cui prodromi erano già rintracciabili nei suoi scritti precedenti ma erano stati sistematizzati nell’incompiuta Staatslehre dove, contrariamente alla lezione di Kelsen che teorizzava la dissoluzione dello Stato nel diritto, Heller valorizzava la tensione dialettica tra Stato e diritto36. All’interno di questa dialettica però il diritto doveva essere declinato nella sua accezione sociale, laddove tale aggettivo rispetto al sostantivo diritto rivestiva un’importanza senza precedenti.

9Proprio da queste problematiche si snodava la polemica nel milieu giuridico-filosofico socialdemocratico, dove non mancavano tensioni e/o contrasti37 a cui Heller contribuisce in maniera originale difendendo strenuamente la Costituzione di Weimar considerata, ai suoi occhi, pur con tutti i distinguo, una Costituzione che non avendo appunto deciso era aperta e flessibile e la stessa coalizione di governo incarnava una forma di compromesso dinamico che sicuramente, nel corso degli anni, sulla base dei nuovi rapporti di forza, avrebbe favorito la nascita di uno Stato nuovo denominato Volksstaat38. Trattandosi di un momento di transizione (Übergangszustand) tra il non più del Capitalismo e il non ancora del Socialismo spettava allora proprio ai socialisti piegare le norme della Costituzione in senso sociale (rectius: socialista) sulla base dei rapporti di forza esistenti nella società. Se i rapporti di forza al momento dell’approvazione della Costituzione sanzionavano la vittoria della borghesia, quest’ultima però - di lì a poco - sarebbe stata soppiantata dal crescente peso acquisito dalla classe operaia che avrebbe così sovvertito a suo favore i rapporti di forza. Del resto, secondo l’interpretazione helleriana, i diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione agli articoli 152 (libertà contrattuale) 153 (il diritto di proprietà) e 154 (il diritto di successione) non dovevano ritenersi eterni ed immutabili ma dovevano essere inquadrati storicamente. Da questo punto di vista, dunque, la stessa Costituzione intesa nella sua accezione socialista conteneva in nuce le leve della trasformazione in senso sociale dei diritti attraverso leggi-quadro e, in questo contesto, un ruolo indispensabile era riconosciuto all’art. 156 che poteva fungere da vero e proprio battistrada per la socializzazione delle imprese private. Tali articoli, agli occhi di Heller, erano quindi ben più importanti di quelli riguardanti i diritti sociali propriamente detti, intesi quest’ultimi come norme programmatiche e dunque non ancora diritto vigente. Heller riteneva pertanto che non fosse per nulla necessario modificare alcunché della Costituzione per fare posto a un’organizzazione socialista; anzi, egli credeva che il socialismo era di là da realizzarsi e quindi diventava impossibile tracciare una linea di demarcazione netta tra capitalismo e socialismo. Ma se la costituzione39 non teneva in debito conto i reali rapporti di forza allora era destinata a diventare un semplice pezzo di carta.

4. La dialettica tra diritto e politica

10Come non scorgere in queste brevi notazioni il richiamo alla riflessione di Ferdinand Lassalle40, l’uomo che aveva messo le sue competenze scientifiche al servizio della politica e del proletariato e della nascente classe operaia fondando l’Allgemeiner Deutscher Arbeiterverein, anche se la sue teorie sullo Stato e sulla Costituzione erano state per le sue premesse messe da parte dalla socialdemocrazia in quanto ritenute incompatibili con i suoi valori? Il merito del noto agitatore tedesco era stato appunto quello di aver pubblicato un testo come Über Verfassungswesen41 da cui si poteva ricavare un concetto di costituzione nella sua accezione storico-materialista inteso alla stregua dei rapporti di forza effettiva esistenti nella società. Non a caso, il giurista tedesco aveva scritto, tra l’altro, la prefazione sia al testo di Lassalle42 che riportava il discorso pronunciato a Berlino il 12 Aprile 1862, meglio noto come Arbeiterprogramme, presso il Circolo Operaio di Oranienburg, quartiere ubicato a Nord della capitale dove erano concentrate le fabbriche meccanizzate, sia al testo di Hegel Die Verfassung Deutschlands43. Ma Lassalle, pur ritenendo le questioni giuridico-costituzionali questioni di potere, riconosceva, in ogni caso, al diritto una funzione rivoluzionaria, cioè lo riteneva possibile di operare una trasformazione sociale non mancando di distinguere altresì la rivoluzione tout court che comportava un rovesciamento dei rapporti sociali (ivi inclusi quelli giuridici) da un evento rivoluzionario o falsamente rivoluzionario che intaccava solo in parte o del tutto tali rapporti.

11Ponendosi in linea di continuità con tali idee allora Heller non poteva non riconoscere al diritto un ruolo di primo piano che mirava alla sua valorizzazione, contrariamente alla vulgata marxista, che ne propugnava la dissoluzione, ritenendolo funzionale agli interessi della borghesia. Non solo, ma in casi estremi, bisognava addirittura imporre se necessario le nuove norme anche ricorrendo alla forza come sosterrà qualche anno più tardi, in chiusura del saggio Freiheit und Form in der Reichsverfassung, pubblicato nel decennale dell’approvazione della Costituzione, non senza un certo pathos: «se necessario difenderemo la costituzione weimariana con le armi!»44. Non si trattava, lo affermava lo stesso giurista, di uno scritto meramente celebrativo, come avveniva solitamente in queste occasioni, ma lo spunto per mettere in chiaro quale doveva essere in generale la natura e lo scopo di una costituzione nella vita storico-sociale. Una volta lasciate le cerimonie a «tempi più tranquilli e sereni»45, Heller si interrogava appunto su cosa doveva intendersi per costituzione e a tal riguardo aveva dubbi: a decidere del valore o del disvalore della stessa non potevano essere né un mero pezzo di carta, né una norma giuridica ideale ma gli effettivi rapporti sociali di potere che una costituzione aveva autorizzato, approvato o rigettato oltre che i rapporti di potere che in futuro intendeva portare avanti; anche se fisiologicamente le costituzioni, continuava Heller, nascono all’improvviso «dal fertile caos di una rivoluzione»46 ma subito dopo si consolidano, riuscendo a cristallizzare anche il passato, in qualche misura irrigidito all’interno di essa. Per riuscire ad avere la potenza sempre attuale della forma una costituzione doveva allora essere ancora espressione palpitante degli effettivi rapporti sociali di potere. Emergeva così la continua tensione tra libertà e forma: la forma statica della costituzione non poteva, infatti, a detta di Heller, soffocare la libertà costituente, ovvero la possibilità di modificare la figurazione politica a venire senza che essa fosse data una volta per tutte. Proprio raggiungere il giusto equilibrio tra questi poli opposti (forma e libertà) era per il giurista tedesco, il problema più difficile e pericoloso insito nella natura della costituzione politica. Per rendere l’idea Heller riportava due esempi concreti. Da un lato, la forma non si poteva ridurre al minimo, come vorrebbe la ‘rivoluzione permanente’ ideata da Trockij, senza generare una guerra civile distruttiva e senza fine. D’altronde neanche era possibile mantenere un livello troppo infimo di libertà nella costituzione, com’era avvenuto nel regime fascista, in cui, ricordava icasticamente Heller, riportando un’affermazione incredibilmente orgogliosa dello stesso Mussolini era stato «più volte calpestato il cadavere ormai in decomposizione della dea libertà»47. In un siffatto sistema si rischiava infatti di ipotecare il futuro e ogni possibilità di una forma politica più progredita.

12Se queste erano le premesse generali del ragionamento helleriano era facile intuire come ciò poteva applicarsi alla situazione tedesca nell’epoca in cui scriveva (1929-1930). A tal proposito, Heller non esitava ad attaccare i «romantici della rivoluzione di sinistra e di destra»48 che invocavano la rinuncia della forma a vantaggio di una libertà illimitata e pertanto insensata e autodistruttiva. Al contrario, in una situazione politica caratterizzata dall’incertezza come quella weimariana che non permetteva né l’adozione di nuovi ideali politici, in quanto ancora privi di legittimità, né di tornare a quelli vecchi, ormai scardinati, anche la monarchia si riduceva a un mero «soggetto cinematografico»49, così come lo Stato di diritto liberale appariva inadeguato alle pressanti esigenze della contemporaneità. Non stupisce allora che Heller ritenesse sempre più necessaria la dialettica tra politica e diritto, a fortiori se la sua aspirazione rimaneva, pur sempre, la creazione di uno Stato sociale di diritto50. In altre parole, uno Stato che avrebbe dovrebbe realizzare una regolamentazione del lavoro e dei beni economici ma nel rispetto della divisione dei poteri e delle garanzie dei diritti individuali di libertà. Quest’ultimi, in realtà, dovevano essere intesi come diritti culturali non più intesi nella loro accezione meramente individualistica ma in linea con lo sviluppo della cultura politica di una comunità. Anche se occorreva ricordare che il concetto di Stato sociale di diritto assume nella riflessione di Heller un significato polemico51, ovvero si poneva in alternativa alla critica schmittiana che, invece, riteneva la costituzione weimariana una costituzione borghese52. In ogni caso ciò non comportava l’irriducibilità del sociale al giuridico, o meglio, la cancellazione dello Stato di diritto (à la Schmitt) e delle sue garanzie ma intendeva appunto estendere l’idea materiale di Stato di diritto all’organizzazione del lavoro e della ripartizione delle ricchezze. La legge diventava pertanto lo strumento per eccellenza al fine di trasformare lo Stato di diritto in Stato sociale: dallo Stato di diritto (formale) allo Stato di diritto sociale (materiale). Di fronte ad un simile scenario Heller giungeva alla conclusione che la forma politica della costituzione weimariana era l’unica via perseguibile per il Reich, perché lasciava aperta la possibilità (rectius: la libertà) di realizzare in futuro una forma più avanzata e unitaria. Ed era questa costituzione che Heller intendeva appunto difendere con ogni mezzo trattandosi di una costituzione che non avendo appunto deciso era aperta e flessibile.

5. Verso lo Stato sociale di diritto

13Se dovessimo sintetizzare allora il percorso politico-intellettuale di Heller esso potrebbe essere racchiuso nella sua scelta senza remore a favore dello Stato di diritto53. Quest’ultimo rappresentava sì un imprescindibile punto di partenza ma doveva essere inteso in un’accezione diversa da quella liberale, nel senso che lo Stato, le cui fondamenta erano state costruite dalla borghesia, doveva trasformarsi, dopo l’ascesa del proletariato, in Stato di diritto sociale54, laddove l’aggettivo sociale serviva appunto a connotare il sostantivo Stato in senso socialista. A fortiori dopo lo spartiacque epocale della Grande guerra, il cui impatto dirompente era andato ben oltre l’esperienza delle trincee e dei campi di battaglia descritti magistralmente da Ernst Jünger nel romanzoIn Stahlgewittern55 mandando letteralmente in frantumi lo Stato di diritto, era necessario recuperare l’originario contenuto ideale di giustizia su cui esso doveva originariamente fondarsi. Infatti, fino agli albori del Novecento e prima della Grande guerra lo Stato di diritto sembrava godere di un’indiscussa fortuna tant’è che quasi tutti i regimi, anche quelli dispotici e autoritari, sembravano richiamarsi, in un modo o nell’altro, a questa più che consolidata esperienza ed era quasi impossibile proporre un’alternativa valida ed efficace. Dopo il trauma della guerra e la crisi politico-spirituale che aveva investito l’Europa, le fila dei nemici dello Stato di diritto dapprima annidatisi soprattutto, tra i sindacalisti di destra e di sinistra, si era ingrossata sempre di più fino a comprendere altri movimenti politico-culturali per lo più irrazionalisti; anche un giuspubblicista autorevole come Carl Schmitt aveva avallato la dittatura considerandola addirittura una forma di stato tipicamente moderna rispetto all’ormai invecchiato stato di diritto56. Tant’è che la parola d’ordine delle nascenti dittature europee come per esempio, il fascismo in Italia57 era la lotta contro lo stato di diritto considerato come un corpo esangue che giaceva sul tavolo anatomico della storia. Del resto, la stessa ascesa della borghesia, una classe sociale che aveva contribuito alla costruzione dello Stato di diritto tanto da confondersi con esso, di fronte alle sempre più pressanti richieste del proletariato, aveva deciso di cambiare strategia politica dando un contributo altrettanto decisivo alla sua distruzione finendo così anch’essa irretita nelle maglie dell’irrazionalismo. Questo pericoloso legame tra cultura borghese ed irrazionalismo (neo-feudalesimo irrazionalistico lo definisce Heller) aveva prodotto una sorta di nietzscheana trasvalutazione di tutti i valori borghesi e il conseguente disprezzo verso qualsivoglia legge o regola, la cui rappresentazione letteraria di questa paradossale forma insofferenza borghese58 era rintracciabile in alcuni personaggi del romanzo ottocentesco. Tra le diverse immagini letterarie che esprimevano bene questo modus operandi contrario alla legge spiccava la leggendaria figura del delinquente impersonato da Vautrin, eroe negativo di alcuni romanzi di Honoré de Balzac59.

14Tale svolta irrazionale era del tutto inaspettata oppure tali idee dapprima in maniera sotterranea e in seguito in modo palese avevano fatto lentamente breccia nell’agone politico-culturale diventando idee dominanti come dimostravano il numero crescente di dittature nel contesto europeo? L’incessante lotta della borghesia contro gli arbitri dell’assolutismo aveva permesso, non senza problemi, il raggiungimento della sua totale emancipazione caratterizzata dal dominio impersonale della legge, nel senso che era considerato libero colui che non doveva più ubbidire agli uomini ma solo alle leggi, intese non più come norme emanate dalla volontà di un Dio personale o di un monarca per grazia di Dio ma dovevano essere al di sopra di ogni arbitrio. Queste sono state, agli occhi di Heller, le aspirazioni e le richieste della borghesia divenuta dalla fine del Settecento la classe dominante sia economicamente, sia spiritualmente. Lo scoppio della Prima guerra mondiale aveva modificato radicalmente i rapporti di forza rendendo sempre di più minaccioso il soggetto economicamente più debole (il proletariato) che cercava di costringere (in maniera legale) il soggetto economicamente più forte (la borghesia) al riconoscimento di ulteriori diritti e garanzie sociali. La borghesia, da parte sua, sentendosi intaccata nei suoi privilegi dalla forza nascente del proletariato aveva reagito cercando di escluderlo, in tutti i modi, dall’esercizio del potere rinnegando così il proprio mondo spirituale e facendo emergere pulsioni distruttive funzionali alla nascita di una nuova forma di Stato: la dittatura. Ciò comportava, da un lato, lo svuotamento e il rinnegamento del concetto di diritto e, dall’altro, la reductio della norma alla mera dimensione tecnico-formale negando così alla radice il suo contenuto etico. In altre parole, il proletariato la cui forza era divenuta preponderante chiedeva, invece, che il contenuto materiale dello Stato non venisse più confinato all’ordinamento giuridico-normativo ma venisse esteso all’ordinamento economico-sociale. Il significato storico-politico di Stato di diritto stava nel suo essere dapprima una rivendicazione della borghesia verso l’ordine politico-sociale formale e materiale dell’Ancien Régime. Solo successivamente quando la borghesia capì che tale idea di Stato di diritto poteva minacciarla, cioè ritorcersi contro di essa allora l’eguaglianza cominciò ad essere intesa nel solo significato di eguaglianza di fronte alla legge mettendo da parte il suo aspetto materiale e lo stesso concetto di libertà non significava altro che la sicurezza economica borghese60.

15Questa paradossale distruzione dello Stato di diritto e il collegato disprezzo della legge da parte della borghesia erano stati favoriti, secondo Heller, dalle moderne correnti irrazionalistiche anch’esse concordi nel denigrare il diritto e la legge. Questo abbraccio mortale tra la borghesia e l’irrazionalismo aveva fatto dunque regredire il borghese ad una sorta di stadio primordiale in cui venendo meno la forza frenante del diritto prevalevano gli istinti bestiali (Nietzsche). In altre parole, la cultura Occidentale non era minacciata per Heller dalla legge e dalla sua estensione dall’ambito giuridico a quello economico ma viceversa dall’anarchia e dalla sua espressione politica, la dittatura nonché dalla follia anarchica della produzione capitalistica che non lasciava a chi lavorava con le mani o con la testa il tempo e la possibilità di svolgere un’attività creativa; non esisteva alcuna alternativa dunque tra i razionalisti esangui e gli irrazionalisti sanguinari ma si trattava di due facce della stessa medaglia61. La dissoluzione di ogni possibile comunità di valori (Wertgemeinschaft) era, agli occhi di Heller, l’elemento determinante della crisi europea. Tutti gli esponenti della filosofia della vita (dalla destra conservatrice alla sinistra rivoluzionaria) sono, per un motivo o per un altro, incapaci di porre le basi di un’inedita Wertgemeinschaft. Ne derivava un doppio e parallelo movimento consistente nel sostituire alla norma priva di volontà, la volontà senza nessuna norma e alla sicurezza del diritto, l’amore per il pericolo, l’azione. Questa religione della violenza necessitava altresì di miti o di ideologie che per Heller rappresentavano la maschera dietro cui si nascondeva l’arbitrio: il nazionalismo che, in nome di un supposto bene della nazione, intendeva proteggere interessi di tipo particolaristico e lo Stato corporativo anch’esso teso all’attuazione di un principio democratico disatteso nei fatti.

16Allo stesso modo anche in campo filosofico-scientifico - grazie agli straordinari successi delle scienze naturali - il metodo della quantificazione considerato l’unico metodo valido veniva esteso a tutti i campi della conoscenza culturale cercando di trasformare il mondo in un’unità matematica astratta e formale senza nessun rilievo:

17la vita sociale concreta attraverso questa spersonalizzazione di tipo oggettivistico si trasformò in una vera ridda di fantasmi, nella quale agivano tutte le possibili forze sociali sovra-personali o interpersonali. Una vita che scorreva, in definitiva, indipendentemente dalla volontà umana, al di sopra delle loro teste e mani inermi, in una subordinazione totale alla legge. Il prodotto inevitabile di questa normativizzazione della (Vergesetzlichung) vita erano il sentimentalismo politico e la paralisi della volontà62.

6. Irrazionalismo e diritto

18L’incolmabile vuoto che il positivismo si era lasciato alle sue spalle era stato dunque colmato dai nuovi seguaci della filosofia irrazionalista63. Quest’ultima che aveva contagiato in modo trasversale l’intero scenario politico, lambendo sia il fronte conservatore, sia quello rivoluzionario, aveva messo letteralmente in discussione il processo di spersonalizzazione e di riduzione della realtà a legge. Oltre a Nietzsche, il cui fascino lungi dall’essere confinato nell’ambito dei conservatori, un ruolo rilevante spettava anche a Bergson, la cui influenza era stata decisiva sempre nell’ambiente francese sulla riflessione di Sorel e la sua dottrina del mito dello sciopero generale. Agli albori del Novecento, in un’Europa dilaniata da innumerevoli contraddizioni e lotte intestine, il suo libro Réflexions sur la violence64 deflagrava con una forza fuori dal comune nel panorama intellettuale. Non era un caso che Thomas Mann, esule negli Stati Uniti alle soglie del Terzo Reich lo definiva «il libro dell’epoca», in quanto ben sette anni prima dell’inizio della guerra profetizzava un’Europa come «terreno di cataclismi bellici» in cui «la discussione parlamentare doveva risultare assolutamente inadatta a formare una volontà politica e che in avvenire bisognava sostituirvi un vangelo di finzioni mitiche destinate a scatenare e a mettere in azione le energie politiche come primitivi gridi di battaglia»65.

19Il giudizio di Mann66 non rimaneva certo isolato: dapprima ignorato, poi interpretato nei modi più disparati e opposti, il testo di Sorel nel corso del tempo era stato ritenuto troppo fascista a sinistra e troppo anarchico a destra. E lo stesso valeva per Sorel, complice un itinerario politico-intellettuale tormentato che lo portava ad abbracciare dapprima il marxismo rivoluzionario, per poi approdare ai lidi della controrivoluzione, ed infine ritornare a tessere le lodi del bolscevismo:

20marxista troppo eterodosso per la patria del marxismo, riformista rivoluzionario troppo radicale per un movimento operaio senza rivoluzione, Sorel non poteva essere accettato dalla sinistra tedesca. Conservatore troppo rivoluzionario per una ‘rivoluzione conservatrice’ immaginaria, antidemocratico troppo libertario per un nazional-socialismo totalitario, era irricevibile anche per la destra67.

21Questo fronte filosofico così ampio e variegato che insorgeva in maniera così aggressiva e violenta risultava essere accomunato da una concezione eroica, aristocratica, antiborghese della vita che contrapponeva alla rigidità della legge, una nuova libertà, alla sicurezza, il pericolo. In particolare, i loro strali si appuntavano contro lo stato centralistico della rivoluzione francese e contro l’atomizzazione del popolo cercando di riprendere e di sviluppare in un contesto diverso dal passato ma più consono i vecchi pregiudizi maturati nel corso del tempo in diversi ambiti culturali che andavano da quello controrivoluzionario francese al romanticismo tedesco passando per la scuola storica del diritto. Gli elementi caratterizzanti di questa nuova corrente di pensiero erano la critica al parlamentarismo e ai partiti politici, entrambi incapaci di selezionare i migliori ed i competenti ma solo persone inadeguate a ricoprire un siffatto ruolo come gli adulatori delle masse oppure rappresentanti politici e non economico-professionali.

22I filosofi della vita, nell’epoca del freddo meccanicismo e di un altrettanto amorfo razionalismo, pur avendo avuto l’indubbio merito di aver recuperato la realtà nella sua compiutezza contro la fede razionalistica nella legge erano approdati, per Heller, a una forma anch’essa più che discutibile di irrazionalismo sfrenato, insofferente ad ogni regola e, di conseguenza, produttore di forme di idolatria dello stato e della nazione oppure di forme di assolutizzazione di classe e razza rivelandosi così incapace di generare un vero rinnovamento dei contenuti politici o, tutt’al più, una sorta di pseudo rinascimento politico: «senza riferirsi all’assoluto e senza un’idea di diritto che unisca gli individui, le classi, le nazioni […] la filosofia della vita non riesce a diventare ‘legge vigente della politica’, come non c’era riuscito il positivismo del secolo XIX»68.

23Emblematica in tal senso la posizione filosofico-politica di Oswald Spengler che nella sua opera Der Untergang des Abendlandes69 si faceva portavoce di una forma estrema di pessimismo in contrapposizione all’ottimismo razionalistico altrettanto radicale che aveva lasciato sul suo cammino solo distruzione e rovine essendo quindi inadeguato alla costruzione di nuove forme di integrazione della politica; allo stesso modo, secondo questo approccio, anche il diritto perdeva il suo connotato distintivo riducendosi alla sola legge del più forte70.

7. Il futuro della democrazia in Europa

24Come ovviare ad una visione così cupa? La risposta di Heller era chiara: se «ogni politica aspira alla trasposizione nel diritto statale delle rivendicazioni sociali di potere» allo stesso modo «non c’è politica di classe senza politica dello Stato». Questa difficile scelta di far dialogare criticamente la dimensione storico-giuridica con quella politico-sociale, così come molte delle questioni teoriche e politiche sollevate nel dibattito weimariano - anche dallo stesso Heller - possono ritenersi, per molti versi, ancora attuali al punto da riuscire a condizionare «il futuro della democrazia»71 soprattutto a livello europeo72. Basti pensare da ultimo ad alcune intuizioni helleriane73 e, in particolare, alla sua critica dello Stato liberal-autoritario74, che riescono a cogliere, sia pur in filigrana, i primi passi di un modello ordo-liberale affermatosi dapprima nella Repubblica Federale Tedesca nell’epoca post-bellica dove sono stati delineati i principi-cardine della nuova politica economica tedesca che, attraverso la progressiva liberalizzazione dei prezzi, mirava a liberare l’economia dai vincoli statali, senza tuttavia ricadere né nell’anarchia, né in uno Stato-termite. In altre parole, non un’alternativa al sistema capitalistico, ma un diverso funzionamento di tale sistema, o meglio, una sorta di terza via tra capitalismo e socialismo, tale da assurgere nel corso del tempo non solo a vero e proprio «mito fondativo della democrazia tedesca» ma anche del suo «miracolo economico»75. Tale modello, che come affermato tra l’altro da Michel Foucault, si proponeva di ridurre il mondo alla sola dimensione dell’homo oeconomicus non più inteso però come mero partner dello scambio e del consumo, ma quale «imprenditore di se stesso»76, si era progressivamente affermato nella società e ha trovato più recentemente, linfa nuova, nel «processo di integrazione europea e nella crisi del debito sovrano»77. La trasposizione di alcuni dei suoi dogmi nel milieu europeo (dall’obbligo di pareggio di bilancio alla competitività passando per le privatizzazioni)78 attraverso il progressivo smantellamento del Welfare State e delle connesse conquiste sociali dello scorso secolo ha riportato all’Ottocento le lancette dell’orologio della storia facendo assumere a quest’ultima le sembianze di quel «banco da macellaio», evocato da Hegel nelle sue Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte79.

25Anche se, davanti all’incombere della crisi di Weimar che ha segnato anche il de profundis per molti giuristi (e non solo) che decisero di mettere le loro armi giuridiche al servizio della scienza politica ciò che distingue la posizione di Heller sta nel fatto che, di fronte alla divisione in classi e al loro persistente antagonismo, egli si schiera non solo apertamente dalla parte dei lavoratori ma la rappresentanza dei loro interessi diventa il suo impegno; in questo senso egli si sentiva e fu, nella sua opera, un socialista80. Ne consegue che alcuni degli interrogativi sollevati da Heller quasi un secolo fa e che, in una situazione resa ancor più drammatica dal persistere della crisi economico-finanziaria, risultano di una sconcertante attualità disegnando non poche ombre sul futuro della democrazia in Europa:

26oggi non si può essere nazionalisti, che innalzano lo stato a divinità pur riconoscendo che l’America del nord può trasformare gradualmente tutti gli stati nazionali europei in colonie di schiavi bianchi, solo perché le singole economie nazionali nel mercato europeo praticano la libera concorrenza fino all’autodistruzione. Il fatto che i muri doganali eretti fra stato e stato senza tener conto della situazione del mercato europeo, le industrie di armi nazionali create con lo stesso criterio, le fabbriche di automobili di ciascuno dei dodici stati europei spesso badino soltanto all’interesse privato di alcuni gruppi capitalistici, mentre sono la rovina delle comunità nazionali, farà sentire sempre più forte l’esigenza di una produzione razionale proporzionata al fabbisogno europeo, la necessità di un’internazionale europea per la salvaguardia delle singole nazioni81.

Articles Aug. 2, 2021
© 2021 fhi
ISSN: 1860-5605
First publication

DOI: https://doi.org/10.26032/fhi-2021-009

  • citation suggestion Riccardo Cavallo, La Costituzione di Weimar tra passato e futuro. Il contributo di Hermann Heller. (Aug. 2, 2021), in forum historiae iuris, https://forhistiur.net2021-08-cavallo